Allegato: Cresime a Rivoli e San Benedetto di Lugana
II domenica di Quaresima 2025
Cresime a Rivoli e San Benedetto di Lugana
(Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36)
Rivoli e San Benedetto di Lugana, domenica 16 marzo 2025
“Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. Con queste parole Luca lascia intuire una esperienza irripetibile vissuta da Pietro, Giacomo e Giovanni. Lo sfolgorio che sembra emanare dalla persona di Gesù mostra quale abisso di bellezza abbiano appena iniziato ad intuire, molto “oltre” quel “Cristo di Dio” (Lc 9,20) che avevano balbettato qualche tempo prima, pensando a Gesù come a un leader politico. Kafka, nella sua tormentata ricerca spirituale, parlava, non a caso, in questi termini di Cristo: “È un abisso pieno di luce, bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi”. “Chiudere gli occhi” è un modo per dire la preghiera. Questa, infatti, come nel caso di Gesù, è un’esperienza che trasforma, che trasfigura, che “metamorfizza”. Ma in che consiste pregare, se non vogliamo ridurlo a biascicare delle formule, ad annoiarsi di parole, a vagare nel vuoto? Pregare ha a che fare con tre possibilità molto concrete alla portata di ogni uomo e ogni donna.
Pregare è contemplare, anzitutto. “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”. Noi siamo troppo frettolosi e non ci fermiamo quasi mai a guardar le stelle. Abramo, invece, si ferma. Per questo Dio soggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”. Abramo è conosciuto come “nostro padre nella fede”, il primo a credere in un unico Dio. Pregare vuol dire vivere l’esodo che spinge “oltre” le colonne d’Ercole della convenzione, del conformismo, dell’indifferenza. E aprirsi a qualcosa che viene dall’alto, non dipende da noi: è una proposta unilaterale. Senza tale apertura spirituale, l’uomo è preda delle sue pulsioni, delle sue paure, delle sue allucinazioni.
Pregare è anche sorprendersi. L’esodo cui la fede cristiana chiama tutti è passare da una generica simpatia per l’uomo Gesù ad una reale condivisione del suo destino, di uomo incamminato verso la morte e la resurrezione. Seguirlo – si badi – non è una questione etica o di comportamento, ma di prospettiva e di innamoramento. Per questo Pietro ad un certo punto esclama: “Maestro, è bello per noi essere qui”. Se non si arriva a questo livello di esperienza la fede non tocca il suo apice. Solo quando sperimentiamo la bellezza, cioè, la luce possiamo dire di aver intravisto Dio.
Pregare è, infine, resistere al buio. Preghiera ha la stessa radice del termine precario. L’uomo non si basta, per natura è un essere indigente, che vive della continua ricerca “fuori” di sé. Occorre resistere imparando ad ascoltare, come suggerisce la misteriosa voce dalla nube. Con gli occhi, infatti, siamo noi ad entrare nelle cose. Con le orecchie è la realtà che entra dentro di noi. Pregare, insomma, è contemplare e non solo calcolare; è sorprendersi e non dare tutto per scontato; è resistere e non mollare. Per questo Pietro ripensando a quel giorno sul Tabor, scriverà a proposito della sua fede che è “come lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19). Sì, davvero solo la luce della preghiera trasfigura la nostra esistenza e la fa uscire dal buio.