Il Servo di Isaia e il larice – Preghiera giovani

Allegato: Preghiera giovani

PREGHIERA-GIOVANI (2024-2025)

Cattedrale di Verona, venerdì 14 marzo 2025

Introduzione       

Quest’anno a “preghiera-giovani” abbiamo avuto modo di incontrare figure diverse del Primo Testamento. Lamech e, ancor prima, Caino e Abele al nostro primo appuntamento al Tempio Votivo; poi Noè, quindi Geremia, infine, stasera, Isaia.

In realtà, l’aver sfogliato e meditato alcune pagine del Primo Testamento – che è preferibile al termine Vecchio Testamento perché dice la sua originalità – è stato un modo per riappropriarsi della Scrittura che culmina nella Ri-velazione di Gesù di Nazareth, ma è come anticipata e prefigurata dai libri del Primo Testamento. Così scrive in modo sintetico S. Agostino, con nove parole latine: “Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet” (Il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo).

 

  1. Lectio

Il primo evangelista”. Così san Girolamo ha chiamato Isaia, tanto la sua profezia è come un racconto anticipato della vicenda di Gesù, con il quale condivide, tra l’altro, il significato del nome: “il Signore salva”. Di Isaia, profeta e poeta (c’è chi lo considera “il Dante della poesia biblica”), va detto però che è vissuto nell’VIII secolo a.C., dunque ben 700 anni prima di Cristo. Eppure nei capitoli 40-55 del libro isaiano, in particolare in quattro carmi, entra in scena una figura misteriosa, il “Servo di JHWH (del Signore)”. Chi è costui per essere stato variamente decifrato? Per alcuni esegeti è come un profeta (Geremia) o un re ucciso “per l’iniquità del mio popolo”, oppure lo stesso Israele sfigurato dall’esilio ma che rinasce, o come una metafora generale della sofferenza e della gloria, oppure un personaggio specifico a noi ignoto e altro ancora. È certo che solo col cristianesimo si iniziò ad applicare questo quarto canto al Messia e, quindi, a Cristo. Ma qual è l’originalità di un simile passo, nel libro di Isaia dal capitolo 52,13 fino a 53,12? Perché mai il Nuovo Testamento rimanda ad esso esplicitamente per ben quindici volte, oltre a molteplici altre allusioni? Come è descritto quest’uomo, così diverso dall’uomo vitruviano o dall’uomo Alfa di oggi, quello che “non deve chiedere mai”?

L’uomo martoriato e sfigurato che è al centro del cantico non parla, si erge solo come una presenza statuaria dolente che si esprime attraverso la sua donazione totale e docile, simile a quella dell’agnello sacrificale pasquale: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (53,7). Con lui si spezza uno dei binomi interpretativi tradizionali nell’Antico Testamento riguardo alla sofferenza, quello del nesso tra delitto e castigo: se soffri, è perché hai peccato; se perdi e sei sconfitto è perché te la sei cercata. Era la cosiddetta “teoria della retribuzione” per la quale a ogni colpa doveva necessariamente, prima o poi, seguire una punizione, teoria che Cristo infranse senza esitazione durante la sua azione terrena nei confronti dei sofferenti (si legga, ad esempio, Gv 9,1-3).

Nel Servo del Signore, invece, si compie una scissione: la colpa è del popolo, degli spettatori, di noi che assistiamo al suo martirio, il castigo invece cade solo su di lui. Il suo dolore diventa salutare per gli altri, genera salvezza, le sue ferite ci sanano (“per le sue piaghe siamo guariti”!). Si configura, così, quella che verrà definita in teologia come “la sofferenza e l’espiazione vicaria”. Si leggono, infatti, ininterrottamente nel canto frasi di questo tenore: “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.

È facile intuire come non solo il Nuovo Testamento, ma anche la teologia successiva, giù giù fino al capro espiatorio (1982) del noto filosofo e antropologo francese René Girard (1923-2015), siano stati conquistati da questa rilettura della sofferenza innocente come via feconda di liberazione e di riconciliazione tra Dio e l’umanità, anche sulla scia della simbologia sacrificale.

C’è però un ulteriore elemento che rende suggestivo il quarto carme del Servo del Signore. Il Servo, “dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della conoscenza del Signore” (53,11). In questa rappresentazione della sorte ultima del Servo sembra balenare la luce della Pasqua. Ora, il quarto carme del Servo si apriva proprio su questa anticipazione della sorte del protagonista: “Ecco, il mio servo […] sarà esaltato e innalzato grandemente” (52,13).

In questa prospettiva, si intuisce anche come la profezia anticotestamentaria, in certe sue pagine, sia stata una specie di guida o stella polare che lo stesso ebreo Gesù teneva fissa davanti a sé per scandire il significato trascendente della sua esperienza di quelle ore tenebrose e del loro estuario ultimo. Ma per noi l’immagine dominante rimane quella del Messia sofferente e fratello dell’umanità nel dolore, ma non nel peccato. E spontaneamente ritorniamo alla frase indimenticabile di un pensiero, il 553, di Pascal: “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire fino a quel momento”.

  1. Meditatio

Questo Servo, sembra dirci Isaia, è cresciuto davanti al Signore come una radice in terra arida e parla di vita in un luogo di morte. Mi viene in mente un albero, il larice, di cui parla Isaia, prima e anche dopo il brano che abbiamo appena letto: “Pianterò nel deserto il cedro, l’acacia, il mirto e l’olivo selvatico; metterò nei luoghi sterili il cipresso, il platano e il larice tutti assieme» (Is 41,19) e “la gloria del Libano verrà a te, il cipresso, il platano e il larice verranno assieme per ornare il luogo del mio santuario, e io renderò glorioso il luogo dove posano i miei piedi» (Is 60,13).

Il larice è un albero particolare, perché ha gli aghi – come il pino e l’abete – ma contrariamente a questi non è sempreverde: in autunno e in inverno resta spoglio. I suoi aghi cadono e restano a terra, sul sottobosco. È in quella totale spogliazione che il larice può continuare a vivere: non gli serve più l’acqua, un’acqua che non troverebbe perché ghiacciata. Il larice è il simbolo di una fragilità che genera forza, di una spogliazione che promette ricchezza, di una morte che diventa nuova vita. Il larice che perde gli aghi ci appare nudo, ma in realtà in quella condizione l’albero custodisce e rinforza la propria resilienza. Il larice, inoltre, nasce spesso in terreni difficili, tra le rocce delle nostre Alpi, fino a 2.500 metri di altitudine, in condizioni dove pochi altri alberi potrebbero prosperare. Anche questa è una metafora potente: il servo del Signore viene al mondo senza essere atteso, senza un posto preparato, senza un’attesa condivisa. La sua chioma è leggera e trasparente: non protegge dalla pioggia ma lascia passare la luce. Come compagno silenzioso delle montagne, il larice ci ricorda che anche ciò che appare fragile può avere una forza straordinaria, e che la vera bellezza sta proprio in questo delicato equilibrio tra vulnerabilità e resistenza.

a. Il paradosso della forza nella fragilità

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il Servo, nel suo silenzio sotto i colpi, rovescia la logica comune del potere. Non risponde alla violenza con altra violenza, eppure questa apparente debolezza diventa il luogo inaspettato della guarigione. Il larice sulle nostre montagne compie lo stesso paradosso: a differenza dei suoi fratelli sempreverdi, si spoglia completamente in autunno, abbracciando la sua vulnerabilità. Oggi la forza e la violenza sembrano essere l’unica verità perché funziona. Ma la verità dell’esistenza è quella del larice che si spoglia e poi rinasce.

b. Radicati tra le pietre

Ecco il mio servo” (Is 52,13). Il Servo trae forza non dall’approvazione della folla, ma da radici più profonde. Il larice ci rivela questa stessa verità: cresce dove altri non potrebbero, tra rocce e terreni ostili. Le sue radici si insinuano tenaci tra le pietre, cercando l’acqua nascosta nelle profondità. La presenza di alberi significa vita, possibilità di sopravvivenza anche in terreni inospitali. In un mondo che esige perfezione e certezze, il Servo e il larice ricordano che la vera resilienza non sta nel non cadere mai, ma nel trovare radici che sostengano anche nei terreni più difficili dell’esistenza.

c. Non un riparo completo, ma un abbraccio

Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11). Il Servo si rapporta al fragile con una delicatezza che non schiaccia né domina, ma sostiene con gentilezza. Il larice possiede una chioma così leggera e trasparente che non offre un riparo totale dalla pioggia, ma proprio questa incompletezza lo rende accessibile, abbracciabile. Il suo tronco non si nasconde dietro rami fitti, ma si offre al contatto. Gli alberi crescono verso la luce mantenendo tra loro una distanza rispettosa, come Dio che si presenta quale “verdeggiante cipresso” che offre protezione senza soffocare. Non è questa l’immagine dell’amore autentico? Non quello che risolve ogni problema, ma quello che si offre come presenza, come abbraccio possibile anche quando non può eliminare tutte le difficoltà.

  1. Contemplatio

Care/i giovani,

in un’epoca dove tutto ci sospinge a mostrare unicamente i nostri trionfi, a celare le nostre fragilità, a indossare maschere di perfezione, il Servo di Isaia e il larice invitano a una rivoluzione silenziosa: quella dell’autenticità, dell’accoglienza dei nostri limiti, dei piedi saldamente ancorati alla terra, della speranza di non morire. Questa rivoluzione silente parla simultaneamente di speranza, di ferite che si chiudono e diventano cicatrici piene di memoria e di esperienza, di luci che fendono l’oscurità, di cadute che illuminano il cammino.

a. Essere sé stessi, senza sogni trans-umanistici

Le nostre vulnerabilità – le insicurezze, i fallimenti, gli attimi di tristezza, le paure e le angosce – non sono nemici da combattere o vergogne da nascondere. Come le “ferite” del Servo che risanano altre storie e come la caduta ciclica degli aghi del larice che genera nuova vita, esse possono diventare un passaggio. Concediamoci di essere come il larice: radicati ma flessibili. Non sogniamo performanti modelli di successo alla maniera delle macchine tecnologiche.

b. Per una comunità intrecciata e non atomizzata

Uno degli aspetti più rivoluzionari della storia del Servo è l’invito a immaginare una comunità diversa. Non una società fondata sulla competizione e sull’autosufficienza, ma una rete di relazioni costruita sul riconoscimento della vulnerabilità condivisa e sul sostegno reciproco. Immaginate un bosco di larici: ciascuno con il proprio spazio, ciascuno che si spoglia e si riveste secondo i propri ritmi, eppure tutti parte di un ecosistema interconnesso, dove le radici si intrecciano sotto la superficie, dove gli anziani proteggono i giovani, dove la diversità crea resilienza. È questa la comunità che siamo chiamati a edificare insieme.

c. Attendere una nuova primavera

La storia del Servo non si conclude con la sofferenza, ma con una promessa: “Vedrà una discendenza, vivrà a lungo… vedrà la luce”. Similmente, il larice spoglio dell’inverno rappresenta solo una fase del suo ciclo vitale, non la sua condizione definitiva e, come leggiamo in altri passi di Isaia, anche un albero che sta insieme agli altri può diventare messaggero di una nuova creazione, può essere riconosciuto come un simbolo del ritorno alla vita. In questo modo, il Servo e il larice ci rammentano che esiste una forza insospettabile nella vulnerabilità accolta, una speranza oltre le perdite più dolorose, una possibilità di crescita anche nei terreni più impervi e accidentati. Per cercare l’isola che non c’è qualche volta abbiamo dimenticato la terra che ci sta sotto i piedi, non abbiamo fatto caso ai compagni e alle compagne di viaggio, non abbiamo avuto il coraggio di cambiare le nostre mappe. L’importante è che – come direbbe Maria Zambrano – vi ricordiate sempre che le radici devono avere fiducia nei fiori. Se non è così, lasciate andare gli aghi e sperate coraggiosamente nella primavera che verrà, con gli occhi e le mani sulla terra che calpestiamo insieme, grembo di semi da gettare anche quando tutto sembra perduto.

Tre domande per concludere

So accogliere le mie fragilità, le mie imperfezioni o mi tormento dentro un interminabile “talent show”, in cui mi sento costantemente sotto giudizio?

So credere nella verità delle cose anche quando non funzionano, cioè non hanno un riscontro immediato in termini di successo, di vittoria, di affermazione?

Credo che la morte sia il passaggio necessario per giungere alla luce del mattino della Pasqua, oppure evito perfino di pormi la questione?

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