Allegato: Il consultorio, una luce per la famiglia
IL CONSULTORIO, UNA LUCE PER LA FAMIGLIA
Salone sinodale nel Vescovado di Verona, sabato 11 gennaio 2025
(Incontro consultori di ispirazione cristiana)
Da uno di voi, il presidente del Consultorio di Grezzana, Bellamoli, è stato detto: «Che cosa chiediamo al vescovo?». E ha aggiunto: «Chiediamo tre cose: di correggerci, di sostenerci, di benedirci». Prendo in parola il presidente Bellamoli, invertendo l’ordine. Dunque, anzitutto vi benedirò, cioè dirò bene di questa esperienza che nella Chiesa veronese prende il via intorno agli anni ’70-’80; quindi vi sosterrò con qualche convinzione personale in merito alla famiglia, infine, più che correggervi, voglio incoraggiarvi a proseguire con fiducia, coraggio e creatività.
Comincio dal benedirvi, riconoscendo che la nascita dei consultori di ispirazione cristiana è stata il segno della sollecitudine della Chiesa. Tanti cristiani, infatti, hanno voluto ribadire la centralità della persona umana in tutte le sue dimensioni: psicologica, affettiva, relazionale e spirituale. Nel concreto, affetti, legami e relazioni per giungere a maturazione hanno spesso bisogno del nostro aiuto e di tutto il nostro sostegno. Pertanto, ringrazio tutti voi che svolgete questo prezioso servizio alla persona, anche in collaborazione con altre realtà che, nel vostro territorio, contribuiscono all’accompagnamento e al sostegno delle famiglie. Non si può che “dire bene” di una Chiesa come quella di san Zeno che ha sviluppato una reazione sana alla crisi della famiglia con proposte concrete, attente ai problemi quotidiani della famiglia. Questa, del resto, non è mai un’idea o una bandiera, ma è fatta sempre di “carne e sangue”. Occorre fare della famiglia non una questione polemica o di battaglia ideologica, ma un’esperienza che vale per quanto di essa si può raccontare. I consultori si sono rivelati dei “punti-luce” nel grigiore e nell’oscurità di una stagione che ha visto la progressiva riduzione della persona ad individuo, togliendo all’umano la sua fondamentale connotazione relazionale. Voi invece con il vostro lavoro nei consultori avete confermato le parole del cantautore americano Leonard Cohen: “Suonate le campane, che ancora potranno suonare. Dimentica la tua offerta perfetta. C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce”. Queste parole ci offrono il punto prospettico dal quale osservare la realtà familiare. Papa Francesco nel descrivere la Chiesa l’ha spesso paragonata ad un “ospedale da campo”. Anche i consultori nel loro servizio al territorio possono costituire dei piccoli “ospedali da campo”, a cui la persona singola o la famiglia possono fare riferimento per guarire le ferite del cuore, della mente e dell’anima.
Desidero, quindi, sostenervi perché siete indispensabili nell’attuale congiuntura sociale ed ecclesiale. La crisi della famiglia è un fatto, cui peraltro faceva riferimento lo stesso Romano Guardini negli anni del primo dopoguerra quando sosteneva che la famiglia era sotto attacco, come l’ultimo avamposto di resistenza alla dissoluzione della persona a individuo.
Chi e cosa ha prodotto l’estinzione del familiare? Non si sbaglia a ritenere che la radice dello sfaldamento in atto della famiglia nasca dall’eclissi della “differenza” dei generi e delle generazioni. La famiglia, infatti, al di là delle sue connotazioni sociali e culturali che ne fanno una realtà in continuo divenire, rappresenta non solo simbolicamente, ma realmente l’incrocio della differenza dei generi maschile e femminile e delle diverse età della vita: giovani, adulti, anziani.
Per comprendere l’estinguersi del maschile e del femminile è istruttivo osservare la parabola storica tra maschio e femmina. Con il XX secolo la gerarchizzazione a vantaggio del maschile è entrata definitivamente in crisi. Ma questa positiva presa di coscienza ha prodotto il passaggio dalla differenza ineguale alla somiglianza egualitaria. Qui si inserisce la forma che ha assunto oggi il dibattito sul gender che si smarca completamente dal dato biologico, lasciato alla libera interpretazione quando non addirittura orientato a creare in natura ciò che non c’è. Il lavoro psicoanalitico rivela però che il vacillare delle identità sessuali non è privo di effetti. “Uomini e donne si scoprono incerti nell’assegnazione del loro ruolo rispettivo, sfrattati dalla sicurezza che ne derivava, colpiti entrambi da una sorta di indecisione, di annebbiamento, di illegittimità di fondo” (C. Ternynck, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé, Milano 2012, 45). Fino alla sconsolata affermazione di una donna: “Bisognava rompere lo schema di domesticità ancestrale. Oggi io sono più libera di altre donne, ma anche più sola” (ibidem). L’aver ridotto la differenza a una questione puramente anatomica, anzi ad una variabile sciolta da ogni prospettiva biologica, significa aver invertito le parti senza risolvere il problema. Prima si privilegiava il dato naturale dimenticando quello culturale, oggi si sceglie quello culturale cancellando quello naturale. Ma ci sarà la possibilità di non dissociare la realtà che è una e pure complessa?
L’altra differenza che è stata attenuata fino quasi ad essere cancellata è quella tra le generazioni che ha decretato la fine dell’autorità. Già nel 1959 la Arendt scriveva: “Che gli adulti abbiano voluto disfarsi dell’autorità significa solo questo: essi rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno introdotto i loro figli (…). Quasi che ogni giorno i genitori dicessero: ‘In questo mondo anche per noi è un mistero come ci si debba muovere, che cosa si debba sapere, quali talenti possedere. Dovete cercare di arrangiarvi alla meglio, e in ogni modo, non siete autorizzati a chiederci conto di nulla. Siamo innocenti, ci laviamo le mani di voi’” (H. Arendt, La crise de l’éducation, 245). Si è prodotto così una sorta di disimpegno educativo, i cui effetti non hanno tardato a manifestarsi: iperattività, disturbi fobici, aumento della violenza, delinquenza giovanile, e in modo più ampio predisposizione alla depressione, alla dipendenza di vario genere. È sintomatico che proprio i figli cresciuti in nome dell’autonomia siano quelli più segnati da forme di dipendenza patologica. Il bambino non è più orientato verso l’adulto per imparare, ma si interpreta come un pari grado, che contratta i suoi spazi, eludendo la relazione asimmetrica tra genitori e figli e spesso imponendo un sottile ricatto affettivo. Ieri la parola d’ordine era: «Obbedisci, capirai più tardi!». Oggi è: «Adesso ti spiego in modo da metterci d’accordo…». Un simbolo di questa metamorfosi è quel che fa notare O. Rey, per il quale a partire dagli anni Settanta, l’orientamento dei passeggini cambia di 180 gradi: il bambino non è più rivolto verso l’adulto che lo spinge, ma in avanti. Questa tendenza all’apparenza liberale dei genitori che dicono ai figli: «Fai da solo, fai da te… Fai quel che vuoi, ma fallo bene!» va collocata dentro il rifiuto della dipendenza che gode di cattiva stampa. E non ci si rende conto che così facendo si accelera la fuoriuscita dall’infanzia per entrare in un periodo infinito adolescenziale, senza mai approdare all’età adulta. Oggi il bambino non può più contare a lungo sull’altro. Il troppo permissivismo sembra peraltro la nemesi dell’autoritarismo di ieri, ma educare un figlio significa aiutarlo, grazie al gioco alternato di autorizzazione e divieto, a trovare il luogo del suo desiderio e ad ancorarsi ad esso. La famiglia, in conclusione, incrocia non senza fatiche la “differenza”. Quella dei generi e quella delle generazioni. Oggi il mondo, estinto il familiare, si dirige senza accorgersene verso un appiattimento che omologa e fa perdere qualsiasi generatività. Questa, d’altra parte, nasce sempre in presenza del diverso e mai dell’omogeneo che riproduce stancamente sé stesso.
Infine, più che correggervi, voglio incoraggiarvi ad andare avanti ancora più convintamente. Anzitutto, mi permetto una precisazione terminologica. Non siete consultori “privati”, ma consultori “pubblici”. Però non siete “statali” ma espressione della comunità cristiana che rappresenta un segmento ancora rilevante della società. Non sembri una puntualizzazione inutile. Perché dietro l’aggettivo “privato” si nasconde qualcosa che è per alcuni, mente i consultori cattolici nascono per essere a disposizione di tutti, riscattando anche l’aggettivo cattolico che vuol dire universale.
Vorrei a questo punto proporvi la lettura dell’ultima Enciclica di papa Francesco che è la Dilexit nos, dove si fa chiaro che oggi siamo posti di fronte ad un’alternativa. Da un lato la tecnologia e gli algoritmi che sembrano essere non solo performanti, ma anche limitanti perché siamo tutti dentro questa gabbia che è come un Giano bifronte: ci rende la vita “più facile”, ma ci rende pure “sorvegliati speciali”. Dall’altra c’è la pura e cieca istintualità, cui tutti saremmo sottoposti perché è il nostro destino. Tra gli algoritmi e l’istinto, tra la tecnologia e l’istintività, c’è però una terza possibilità che è il “cuore”. Si tratta del simbolo di una dimensione più ampia e sintetica nella quale l’uomo può trovare sé stesso, libero da queste forzature esterne e capace di padroneggiare sé stesso, al di là di queste limitazioni esterne. Il “cuore” nella prospettiva di papa Francesco riscatta l’esperienza umana dal sentirsi ingabbiati dentro una condizione solo materiale, pianificabile e controllabile e la apre alla dimensione del desiderio, della libertà, della vita in pienezza. Occorre ritrovare la visione poliedrica della persona umana. A tal proposito, l’aspetto psicologico è certamente importante, ma non è l’unico. Accanto ad esso anche l’aspetto spirituale è fondamentale, affinché ogni persona ritrovi il proprio valore, possa imparare a vivere con serenità le proprie relazioni, gli affetti e i legami. Le scienze umane concorrono al bene delle persone, ma senza una visione umana, spirituale e relazionale data dal Vangelo offrirebbero una visione monca della persona. Questa convinzione, che sta a fondamento della nascita del consultorio di ispirazione cristiana, nasce dalla visione della fede che ci apre alle relazioni. Tale visione intende offrire un senso alla vita di ogni essere umano fin dal suo concepimento, un cammino da intraprendere, una meta da raggiungere. La nostra mission consiste nel dare valore ad ogni persona maturando in essa la consapevolezza che non siamo al mondo per caso, che la nostra vita è degna di essere vissuta e che non ha una fine, ma un fine. La visione della fede è ragionevole ma non soltanto razionale, perché attraversa e illumina anche gli affetti che riempiono la vita, grazie alle emozioni, ai sentimenti, all’amore come dono della vita. La nostra visione antropologica trova nell’uomo Gesù il suo Vangelo, cioè la sua buona notizia da vivere e da testimoniare. Papa Giovanni Paolo II chiamava tale visione “antropologia adeguata”, cioè uno sguardo ad ogni essere vivente come persona chiamata alla vita, alla fede e all’amore. Persona e famiglia sono molto cambiate da quando i vostri consultori hanno iniziato la loro attività. Pertanto nel nostro cammino sinodale, che costituisce una splendida occasione per ritrovarci e lavorare insieme, tale visione antropologica illuminata dal Vangelo occorre che ritrovi nuovo slancio e nuove motivazioni. Sarà importante che come consultori camminiate insieme attraverso una formazione comune e possibilmente condivisa, affinché i nostri “ospedali da campo” vivano il loro servizio in piena sintonia con il nostro tempo e con ciò che lo Spirito può far nascere. Le sfide di oggi, infatti, oltre agli aggiornamenti delle scienze umane che rimangono indispensabili, richiedono nuove risposte che vengono dallo Spirito del Vangelo. Occorre che rinnoviamo le nostre motivazioni nel sostegno alla vita nascente, a relazioni più cariche di umanità, a legami che sappiano andare in profondità per costruire il “per sempre” passo dopo passo, giorno dopo giorno. Il consultorio, infatti, non si pone come obiettivo soltanto il sostenere la fragilità della famiglia, ma anche il prevenire le “rotture”. Non deve essere la nostra azione solo cura della patologia, ma anche prevenzione della fisiologia. Altrimenti se arriviamo sempre a raccogliere solo i cocci, è troppo tardi. Per questo, papa Francesco in Amoris Laetitia afferma: “Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307). La prevenzione è uno degli aspetti positivi della cura ed è utile che i consultori mantengano un collegamento con i loro territori, soprattutto collaborando con le varie iniziative e attività di pastorale familiare proposte dalle parrocchie. A tal riguardo, vi rinnovo il mio impegno a proporre a tutti i sacerdoti una rinnovata fiducia e sostegno ai vostri consultori, non soltanto economicamente, ma soprattutto valorizzando le vostre competenze sia a livello psicologico che a livello pastorale. Sto pensando ai percorsi di educazione alle emozioni e ai sentimenti sin dall’infanzia, all’affettività, alla sessualità, all’amore, ai percorsi in preparazione al matrimonio, alle giovani coppie, alle tante famiglie che hanno bisogno dell’apporto delle vostre numerose competenze. Pertanto auspico una rinnovata collaborazione pastorale con le parrocchie a favore della prevenzione e a sostegno.
Da ultimo, vorrei incoraggiarvi a camminare sempre più “insieme” e non isolatamente, coltivando rapporti non solo con il territorio circostante, con le realtà che operano sul vostro medesimo terreno, ma anche con la Chiesa cui appartenete. In concreto, questo significa ritrovare nell’ambito della fragilità, che è uno dei servizi in cui si articola l’area della prossimità, un vostro dialogo costante. Sono, peraltro, lieto di confermarvi che don Enzo Bottacini, che è il referente della pastorale familiare, potrà essere vostro compagno di viaggio in questo confronto stabile e articolato con la Chiesa di Verona, da cui siete nati e di cui siete una componente essenziale. Questo nostro incontro dovrà diventare abituale, almeno una volta all’anno e “insieme” bisognerà rilanciare il vostro impegno a servizio delle famiglie del nostro territorio e delle nostre parrocchie.
Siamo da poco entrati nell’anno santo del Giubileo. Giubileo è cammino verso una meta. La speranza è una virtù che spinge in avanti, “oltre” quel che siamo, oltre quel che abbiamo. È indispensabile che guardiamo al futuro per vivere al meglio il nostro servizio alle persone e alle famiglie. Insieme al mio ringraziamento per il vostro lavoro, vi invito a guardare avanti con fiducia, speranza e un pizzico di coraggio nell’individuare nuove figure che possano proseguire il vostro prezioso servizio alla Chiesa. Sono consapevole che non è certo facile trovare volontari che come voi spendano gratuitamente tempo ed energie per il consultorio, e quindi occorre che la vostra ricerca sia condivisa anche con i vostri parroci. Tuttavia vi esorto a far entrare aria nuova nei consultori perché la loro vitalità non venga meno e possano continuare ancora a lungo la loro attività.