“La fede è come una lampada che brilla in un luogo oscuro” – II domenica di Quaresima

Allegato: II domenica di Quaresima a San Zeno alla Zai

II domenica di Quaresima 2025
(Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17–4,1; Lc 9,28b-36)
San Zeno alla Zai, sabato 15 marzo 2025

               “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”. Noi siamo troppo frettolosi e non ci fermiamo quasi mai a guardar le stelle. Abramo, invece, si ferma. Per questo Dio soggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”. Abramo è conosciuto come “nostro padre nella fede”, il primo a credere in un unico Dio. Infatti, anche se Abramo si sente un ‘ramo secco’, senza passato (perché ha abbandonato la sua terra) e senza futuro (perché Sara è sterile), “egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. Quando la Scrittura parla di giustizia intende l’apertura a Dio: Abramo è un sovversivo, che abbandona la sua terra e si incammina verso l’ignoto. Credere vuol dire vivere l’esodo che spinge oltre le colonne d’Ercole della convenzione, del conformismo, dell’indifferenza. E aprirsi a qualcosa che viene dall’alto, non dipende da noi: è una proposta unilaterale. Senza tale ricerca religiosa l’uomo è preda delle sue pulsioni, delle sue paure, delle sue allucinazioni.

Il testo della Trasfigurazione ci fa entrare dentro un altro esodo: quello del Maestro e dei suoi discepoli. “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. In che consiste l’esodo per i tre? Nel passare dall’amicizia con Gesù alla fede in Cristo. In realtà, non fanno neanche in tempo ad accorgersi della misteriosa luminosità del Maestro che sono immediatamente ricondotti ad una voce dalla nube che intima loro: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. L’esodo cui la fede cristiana chiama tutti è passare da una generica simpatia per l’uomo Gesù ad una reale condivisione del suo destino di uomo incamminato verso la morte e la resurrezione. Seguirlo non è una questione etica o di comportamento, ma di prospettiva e di innamoramento. Per questo Pietro ad un certo punto esclama: “Maestro, è bello per noi essere qui”! Se non si arriva a questo livello di esperienza, la fede non tocca il suo apice. Solo quando sperimentiamo la bellezza, cioè la luce, possiamo dire di aver intravisto Dio.

Appena la voce cessò, restò Gesù solo”. Dopo l’estasi si torna al quotidiano, senza possibilità di bloccare quel momento eccezionale, come pure aveva ingenuamente chiesto Pietro. Si tratta di tornare ‘a valle’ e vivere alla luce di questa esperienza incancellabile. Al credente resta “Gesù solo”. Sembra poco, mentre è tutto. E con realismo ci avverte di un dato: la Chiesa vive dopo la resurrezione di Cristo, ma non è ancora risorta. Uno solo è risorto, uno solo è entrato nella gloria: Gesù. Gli altri sono ancora sulla via della croce: un silenzio sostenuto dalla speranza è preferibile a illusioni trionfalistiche. Per questo la fede è “come lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19), come dirà molti anni dopo quella singolare esperienza lo stesso Pietro. E questo è quanto basta anche a noi per continuare a camminare piuttosto che lasciarsi stordire e disorientare da luci fatue. La preghiera è lotta, è resistenza, è luce che orienta e lascia ancora camminare. Senza siamo al buio.

 

 

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