Allegato: Lectio “Tuo figlio vive” (Lugagnano)
«Tuo figlio vive»
Lugagnano, domenica 9 febbraio 2025
“Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero”, scrive Paulo Coelho. Ed è inutile girarci intorno: quando il buio della notte ha inghiottito la vita di un figlio o di una figlia, ha inghiottito un intero mondo, il mondo che avevamo insieme e tutto il mondo dei legami che quella vita aveva tessuto con la sua presenza.
Ma quando Dio inghiotte qualcosa, non lo fa sparire né lo rende inutile, lo tiene in sé e lo genera di nuovo, e lo restituisce in altra forma. Questo fa il grembo di Dio: custodisce la vita che deve nascere, in una gestazione continua del nostro stesso respiro, per un vagito differente.
Non è facile credere questo, non è forse nemmeno possibile consolarsi con questo.
Quando una madre e un padre perdono un figlio o una figlia, non abbiamo nemmeno la parola per dirlo. Se ti muore il coniuge sei un vedovo o una vedova, se ti muoiono i genitori sei orfano/a, ma se ti muore chi hai messo al mondo, c’è solo silenzio, frasi tortuose, giri di parole. Si entra semplicemente e duramente nel misterioso “paese delle lacrime”, direbbe Saint-Exupéry, aggiungendo che non si sa bene che cosa fare quando qualcuno piange, perché chi ha il viso bagnato dagli occhi parla una strana lingua e si esprime in “una scrittura che esiste solo nelle sue cancellature”.
Questa è una delle pochissime situazioni in cui la parola “contronatura” viene usata a proposito: seppellire un figlio o una figlia è sperimentare una creazione rovesciata e vinta dal male. Funamboli è la parola che si trova nel titolo di un testo dedicato a questa condizione, ed è una parola che rende l’idea. Funamboli che da un lato camminano sul filo dell’oltre, ma che dall’altro sono a rischio continuo di cadere e di lasciarsi andare per sempre.
Non c’è modo di andare avanti come prima, qualcosa si è spezzato per sempre. Tuttavia, come scrive Bonhoeffer, è proprio il vuoto che si è scavato nell’anima che può diventare un’apertura alla luce. Scrive infatti Bonhoeffer:
“Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara. Non c’è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tenere duro e sopportare. Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo”.
Ecco, proprio nell’impossibilità di una consolazione, quel vuoto anche in noi può diventare spazio di custodia e di gestazione. Quel vuoto è ancora spazio di legame, come le lacrime di Maria di Magdala sono la rugiada imprevista in un giardino cimiteriale in cui, all’improvviso, risuona il suo stesso nome proprio.
Dio non riempie il nostro vuoto. Semplicemente, vi si è insediato come un ospite che chiede di restare e di non chiudere le porte. Come si lavora la terra facendola respirare, affinché nasca ancora qualcosa di buono, forse ancora una gioia possibile. Non è finita.
Nel brano evangelico che abbiamo appena ascoltato, troviamo l’angoscia di un funzionario del re, che corre incontro a Gesù perché suo figlio sta morendo.
Questo padre conosce in profondità il messaggio del Vangelo: l’amore può tutto, è sconfinato, ma non protegge le vite dal male. L’amore non è uno scudo, non è una garanzia, non è un’assicurazione sulla vita. È questo il senso della Pasqua: il male non può avere l’ultima parola ma non può nemmeno sparire dalla storia. Madri e padri lo sperimentano ogni giorno, come custodi di un miracolo impossibile da racchiudere nelle loro mani.
Essere genitori, allora, è come portare il proprio cuore in esilio, lasciarlo camminare per strade che non possiamo controllare, vederlo danzare sull’orlo di precipizi che non possiamo colmare. È sentire ogni battito della vita risuonare nelle caverne più profonde del nostro essere, dove ogni loro gioia diventa luce e ogni loro dolore si trasforma in spine che trafiggono la nostra carne, ogni graffio sulla loro pelle è una ferita aperta nella nostra carne, ogni loro lacrima scava solchi nelle pietre del nostro cuore. Si è come guardiani di stelle che non possono impedire alle comete di cadere, come giardinieri che lavorano la terra tutto il giorno ma che poi devono stare a guardare che cosa la grandine farà sui fiori e sui frutti.
Nel brano appena ascoltato siamo a Cana, il luogo del primo miracolo di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni: l’acqua era diventata vino. Ma ora a Cana non c’è festa. C’è un padre con il cuore in frantumi. È un funzionario del re, che lascia perdere i gesti del suo lavoro e del suo ruolo e corre, corre verso Gesù, con tutta la sua angoscia. Il suo bambino sta morendo a Cafarnao, non c’è tempo da perdere.
È la stessa cosa che fa Giairo, con la sua bambina malata a casa. È quello che fa la donna siro-fenicia, con sua figlia che non si alza dal letto. È quello che fa la donna sunammita con Eliseo, con il suo bambino che le era morto in braccio.
“Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”.
Come nella canzone di De André: “Dio del cielo, se mi vorrai amare, scendi dalle stelle e vienimi a cercare”. A Dio si chiede di piegarsi verso di noi, di toccare ancora una volta terra, di esserci davvero e in modo efficace. E in certi dolori ci sentiamo traditi e delusi, perché il Dio dell’Incarnazione sembra distratto o indifferente: ma non era il Dio che tanto ha amato il mondo da farsi uomo? Non era il Dio della salvezza?
Nel disperato appello del funzionario del re risuona il grido di tutti i genitori che sono passati da Cana, luogo del miracolo verso il quale avere fiducia, ma anche luogo della prova, perché questa risurrezione del figlio deve essere capita, compresa, vissuta, creduta.
«Tuo figlio vive», si sente effettivamente dire questo padre. Ma quando se lo sente dire, lui il figlio non lo vede. Non sa dove e come stia. E anche a noi resta il dubbio: quando gli dicono che la febbre lo ha lasciato, è perché è diventato freddo per la morte sopraggiunta o perché è guarito? In ogni caso la promessa è chiara: fidati, tuo figlio vive.
E comunque tuo figlio, tua figlia, continua a mancare.
Olimpia Fuina Orioli, che ha perso Luca poco più che ventenne, scrive che questi sono momenti in cui il tempo si ferma, in cui gli oggetti quotidiani – un libro aperto sulla scrivania, un letto ancora fatto, una chitarra muta – diventano reliquie di un presente che non ci sarà più. Restano solo lacrime inchiodate in croce. Nel suo libro intitolato Dal naufragio al volo, afferma giustamente che sarebbe mostruoso leggere gli eventi come il frutto della volontà di Dio. E si sente sopraffatta, vinta dalla storia, con un Dio che non si commuove e che si consegna alle parole stanche e senz’anima di gente indifferente oppure ai “sermoni verbosi da un altare di fortuna”. Osa piuttosto “puntare il dito verso il cielo nella notte del dolore”, e si mette a imparare qualcosa che non sa, cioè prova a “guardare il mondo e la vita” con gli occhi di Luca. Ecco il regalo inaspettato. E allora le parole e le posture si trasformano. Lei diventa quasi giovane e si lascia creare di nuovo da Dio.
È quello che ha fatto, con le sue canzoni, Niccolò Fabi. Una crudele malattia gli strappa Olivia, la sua bambina di due anni. E vorrebbe tornare indietro, riavvolgere il nastro fine della vita e fare finta che non sia successo nulla, fare finta che sia solo un brutto sogno:
“Facciamo finta che io mi addormento / e quando mi sveglio è tutto passato. / Facciamo finta che posso schioccare le dita / e in un istante scomparire / quando quello che ho davanti non mi piace, non è giusto / o semplicemente mi fa star male. / Facciamo finta che io torno a casa la sera / e tu ci sei ancora sul nostro divano blu. / Facciamo finta che poi ci abbracciamo / e non ci lasciamo / mai più”.
Appena nata, le aveva dedicato un’altra canzone dal titolo Attesa e inaspettata. Ci fa ascoltare nella musica come da genitori la vita cambi radicalmente, perché cambia il peso delle cose, cambia il valore del denaro, cambia la forza delle braccia, cambia il ritmo del sonno, cambiano le preoccupazioni e i pensieri…
Nella Bibbia ci sono diversi brani che suggeriscono come Dio sappia bene che cosa significa perdere un figlio e lo si ritrova come colui che non si rassegna e che continuamente ci ricorda la sua promessa: nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. E allora cominciamo a riflettere sulle parole che abbiamo ascoltato: «Tuo figlio vive».
Sono tre parole. Come tre giorni nel sepolcro. Come tre volte «Pietro, Mi ami tu?», sulla riva del lago. In quelle parole c’è tutto il mistero del dolore e della speranza. Il funzionario del re crede a queste parole. Sono un faro nel buio della sua angoscia. Ma ancora non vede, non tocca, non ha le prove. Non sa in che senso suo figlio viva. Vive nel mio ricordo? Vive in cielo? Vive ancora a casa nostra?
Tuttavia, questa è la parola che ci viene data oggi. Abitiamola con speranza, ma anche con la gratitudine per ciò che abbiamo avuto, seppure ora sia ciò che abbiamo tragicamente perduto. Lo dico con le parole di Wisława Szymborska: nelle vite amate c’è qualcosa che resiste alla morte ed è su questo che possiamo contare. Si apre uno spazio in cui la morte è in ritardo sulla vita. In quella sfasatura dei tempi, c’è il Dio che si prende cura di ciò che resta e di ciò che una volta è stato, per far rinascere e rigenerare i nostri legami.
“Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto”.
A Romena, don Luigi Verdi accompagna a piantare mandorli per i figli e le figlie che non ci sono più. Il mandorlo, primo a fiorire, ultimo a dare frutti. Come la speranza, come l’amore che non muore. Forse il miracolo è che siamo qui insieme a sperare che quella vita non vada perduta e che si trovi ora nel grembo di Dio, per fiorire in modo libero e compiuto.
«Non piangere!», dice Gesù alla vedova di Nain. E poi aggiunge: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Gesù lo ha restituito a sua madre. Ma non sappiamo in quale forma Dio ci restituisca la vita. Eppure siamo sicuri di una cosa: Dio è fedele, e per questo non può che restituirci coloro che abbiamo perduto. Queste vite perdute ci raggiungono oggi nello stesso modo del Risorto: attraversano i muri mentre siamo chiusi in casa in preda alla paura (cfr. i discepoli chiusi nel cenacolo), ci sorprendono mentre camminiamo in fuga dal nostro dolore (cfr. Emmaus), ci chiamano per nome mentre piangiamo nei cimiteri (cfr. Maria di Magdala), ci sorprendono mentre siamo arrabbiati con Dio e con la sua gente (cfr. san Paolo), ci chiedono ancora amore quando ci sembra di non aver retto alle loro prove (cfr. Pietro: mi ami?)
E riascoltiamoli, queste figlie e figli che ancora sono vivi. Forse ci stanno parlando con le parole del crocifisso rivolte a Maria: «Donna, ecco tuo figlio». Forse queste figlie e questi figli risorti ci stanno consegnando un messaggio impegnativo e importante, che proviamo ora a immaginare:
mamma, non smettere di essere una madre in questo mondo, e tu, papà, non smettere di essere un padre in questo mondo. Voltatevi e guardatevi intorno, piangete ma resistete nel dono di voi stessi, state sotto la mia croce ma continuate a sperare, e, soprattutto, cercate tutte le vite che ancora hanno bisogno del vostro amore. Perché quell’amore che ancora potete dare è il frutto di quello che avete imparato con me. Non lasciatelo mai cadere.