Intervento Studio teologico San Zeno

Allegato: Intervento Studio teologico San Zeno

Il compito della teologia oggi
(Incontro presso lo Studio Teologico San Zeno)

Negli ultimi mesi, sul sito di SettimanaNews risuona un confronto che riguarda la teologia oggi. Lo ha aperto Severino Dianich verso fine agosto, con uno scritto provocatorio che riguarda la presenza di teologi e teologhe oggi, in questo mondo, con queste condizioni storiche.

La sua argomentazione:

  1. La teologia è un mestiere che consiste “nell’esercitare e promuovere il pensiero critico nella Chiesa, componente vitale dell’esperienza della fede”;
  2. Oggi i teologi e le teologhe hanno tradito questo compito, perché tacciono. Le sue parole, molto dure:

“Mai come oggi le grandi tensioni mondiali, i conflitti politici ed economici, i contrastanti programmi per il futuro, avanzati dai leader che contano, hanno posto sul tappeto questioni che toccano profondamente l’umano e, quindi, non possono non coinvolgere i pensatori impegnati nella riflessione sull’esperienza di fede nel Dio che si è fatto uomo. Oltre ai mille altri confitti armati che insanguinano il mondo, ben due guerre si stanno rivestendo, più o meno esplicitamente, dei paramenti della religione, quella in Ucraina e quella in Palestina e Israele. Il patriarca di Mosca predica la guerra santa contro l’Occidente scristianizzato e corrotto. I governanti di Israele non si peritano di ammantarsi dei panni di Giosuè per riprodurre oggi, contro i palestinesi, le sue imprese, di quando Dio ‘fece abitare nelle loro tende le tribù d’Israele’ (Sal 78,55). È facile immaginare quali turbamenti produca nelle coscienze dei palestinesi cristiani questo rievocare da parte di Israele le conquiste della terra, narrate dalla Sacra Scrittura. Ci si aspetterebbe dai biblisti e dai liturgisti che aiutassero i lettori della Bibbia e i partecipanti alle celebrazioni liturgiche a mettere insieme le notizia dei telegiornali sulle nefandezze che il governo di Netanyahu sta commettendo a Gaza e in Cisgiordania e le narrazioni bibliche sulla conquista della terra promessa, senza che in alcun modo queste possano venire a legittimar quelle. Il problema della guerra, infatti, oggi, non si accontenta di provocare le dottrine vecchie e nuove sulla possibilità di una guerra giusta, ma ne ripropone addirittura vecchie e nuove motivazioni esplicitamente religiose, con i relativi appelli in Medio Oriente al Corano da una parte e alla Bibbia dall’altra. E tutto questo non avrebbe dovuto provocare sui media, dai giornali ai social, una fitta presenza dei teologi sui media e accesi dibattiti con gli altri opinionisti e anche fra di loro, nel verificarsi delle diversità di giudizio, tali da accendere la curiosità della pubblica opinione? Niente di tutto questo sta accadendo”. (Severino Dianich)

  1. Questa provocazione mira a un risveglio, ma non dovrebbe essere accolta in modo immediato, senza farsi ulteriori domande tra cui questa: davvero una teologia pubblica che esercita la sua responsabilità nel mondo si deve necessariamente tradurre in una presa di parola diretta sulle questioni più urgenti? O c’è anche altro?
  2. Per certi aspetti potremmo dire di sì, occorre questa postura aperta al mondo, ma non dovremmo dimenticare che la teologia non è presa di parola sulle questioni comuni come se ci fosse una verità dall’alto che noi portiamo al resto del mondo. La teologia è altro: è studio, confronto, apertura di prospettive plurali, cura delle differenze, dialogo con altri mondi, spiritualità da condividere, ecc.
  3. La teologia è precisamente questo bisogno di leggere il mondo alla luce delle promesse e della presenza del divino nel mondo, e per questo ha bisogno di mondo e di voci da ascoltare.

Il dramma dell’esculturazione della teologia

Esculturazione è il termine coniato da Danièle Hervieu-Léger, acuta studiosa delle religioni di origine francese, per descrivere il destino del cristianesimo soprattutto nell’Occidente europeo all’inizio del terzo millennio. Esso allude al fatto che, nella cultura occidentale di massa, connotata da fluidità, multietnicità e post-modernità, il cristianesimo ha perduto la capacità di incidere sulla dimensione culturale, ossia su quell’humus grazie al quale siamo in grado di costruirci come soggetti liberi, di definire valori, beni, pensieri, idealità e un orizzonte complessivo di senso per il vivere. Il cristianesimo viene “esculturato” in due sensi:

  1. Viene messo fuori da una cultura che fa a meno dei suoi valori, dei suoi riferimenti simbolici, di quella narrazione che ha segnato, nel bene e nel male, il mondo occidentale fin dal suo sorgere;
  2. Si trova senza mondo, e dunque chiuso nella sua autoreferenzialità.

A questo proposito, non nascondiamo la nostra storia di parole consumate, di arroganze passate ora giustamente divenute impossibili, di malinconie per un pensiero che non trova immediatamente un punto di impatto nel mondo comune.

Il vescovo Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, ha detto che oggi la sfida è quella dell’esculturazione = “Essere fuori dalla vitalità e dal modo di pensare la vita e l’esistenza delle persone”.

Come dice anche papa Francesco, il problema è l’autoreferenzialità che chiude

  1. le nostre ricerche: un’attenzione che lo Studio Teologico San Zeno ha sempre avuto è la cura per gli incroci delle discipline, l’importanza dei rimandi reciproci nei vari trattati fondamentali, l’impegno nel lavoro di squadra;
  2. la nostra lingua: spesso le nostre teologie assumono lingue chiuse nelle quali continuamente qualcosa o qualcuno si trova escluso, fuori gioco, rimosso;
  3. il nostro orizzonte: il discorso teologico è un discorso strutturalmente dialogico. La teologia è uno spazio di incontro dove tutto è finalizzato alla prossimità autentica (anche la critica). Il fatto che sia un sapere interno alla Chiesa non ci aiuta. La teologia non è nelle università, nelle scuole c’è ancora un po’ di religione, certamente in crisi.
  4. La rilevanza del tema di Dio: non è facile parlare di Dio oggi, di come Dio abita la storia. L’unico modo che abbiamo è essere, conoscere, patire e cercare di curare la storia. Dianich paragona i teologi ai docenti universitari, pagati per pensare, ma noi ora dobbiamo fare i conti con l’irrilevanza del nostro discorso, con la malinconia delle incomprensioni, con l’arroganza che abbiamo assunto quando avevamo la forza per lasciare un segno.

Solo in una Chiesa in uscita la teologia ha speranza di entrare nello spazio pubblico, perché solo rinunciando alla protezione delle nicchie è possibile il dialogo e dunque il confronto riguardo ciò che abbiamo in comune.

Per questo papa Francesco propone una teologia non dei confini, ma degli attraversamenti; non dei recinti, ma delle soglie; non delle definizioni, ma delle relazioni. Una teologia che ri-legge la tradizione cristiana come energia di trasformazione e immaginazione di mondi più giusti e accoglienti.

In Veritatis gaudium leggiamo che la teologia all’altezza di questo tempo dovrà essere “con la mente aperta e in ginocchio”, per cui:

“Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lérins descrive così: ‘annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate’ ( Commonitorium primum, 23: PL 50,668)”.

A Napoli, parlando ai teologi della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, papa Francesco aveva espresso una visione della teologia basata sull’accoglienza, sul dialogo e sulla misericordia.

Aveva rimarcato che occorre una teologia

  1. attenta al contesto (nel caso del Mediterraneo, per esempio, si tratta di un luogo di transiti, scambi e talvolta conflitti, di uno spazio che richiede un approccio di fraternità e di dialogo interreligioso, in un clima che spinge alla convivenza pacifica.
  2. Disposta all’accoglienza e al dialogo anche con istituzioni sociali, centri di ricerca e altri leader religiosi.
  3. Basata sull’ascolto delle storie reali.
  4. Ecologicamente orientata.
  5. Coinvolta nelle politiche di giustizia.
  6. Capace di custodire le differenze senza farne gerarchie.
  7. Sensibile al dramma e alle miserie del mondo.
  8. Capace di lavorare in rete e con compassione.
  9. Coraggiosa nel costruire ponti tra culture.
  10. Libera dalla paura e dalla logica del controllo.

I teologi dovrebbero quindi essere donne e uomini

  1. Di compassione.
  2. Attenti alla storia.
  3. Culturalmente formati.
  4. Coraggiosi sul piano della critica profetica.
  5. Aperti alle novità dello Spirito.
  6. Capaci di valorizzare le differenze.
  7. Sensibili alla cura della casa comune.
  8. Impegnati nelle periferie.
  9. Liberi di pensare, di parlare e di sbilanciarsi verso gli esclusi a cui occorre restituire autorità (non solo destinatari ma anche soggetti di narrazioni buone).
  10. Capaci di riaprire la Scrittura, la tradizione e le tradizioni a significati e prassi solidali e non escludenti.
  11. Capaci di discernere.
  12. Capaci di rendere ragione della speranza che è in noi, e di farlo “con mansuetudine e rispetto, e avendo una buona coscienza” (1Pt).

Una teologia, insomma, che non parla del mondo, ma con il mondo perché è voce del mondo; che non si limita a interpretare la realtà, ma contribuisce a trasformarla; che ascolta le voci ai margini; che fa della differenza una ricchezza; che considera la spiritualità come spazio di resistenza e di speranza; che si sbilancia sulla pace e sulla giustizia.

 

 

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